Al Teatro Corsini Mario Perrotta con “Milite Ignoto- Quindicidiciotto”

Il 14 aprile ore 19,00  incontro con Mario Perrotta e spettacolo alle ore 21,00.

Sabato 14  aprile ore 19,00
Biblioteca Comunale Ernesto Balducci
INCONTRO con Mario Perrotta

Sabato 14 aprile ore 21,00
Teatro Comunale Corsini Barberino di Mugello FI
Mario  Perrotta
MILITE IGNOTO
quindicidiciotto
uno spettacolo di Mario Perrotta

FINALISTA AL PREMIO UBU 2015 MIGLIORE NOVITÀ ITALIANA
SELEZIONATO DA EURODRAM – RETE EUROPEA DI TRADUZIONE TEATRALE

tratto da Avanti sempre di Nicola Maranesi
e da La Grande Guerra, i diari raccontano
un progetto a cura di Pier Vittorio Buffa e Nicola Maranesi
Spettacolo inserito tra gli eventi del programma ufficiale del Centenario
della Prima Guerra Mondiale a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Lo spettacolo
E chi scende da qui? Ci misi giorni di fatica e bestemmie a salire, tra cadaveri maleodoranti e rocce e grida di morte, ci misi l’orrore stampato negli occhi e il coraggio, tutto questo ci misi, tanto che adesso non scendo!
Resto quassù. Che poi, se anche scendo, nessuno mi può riconoscere, che la faccia me la fece saltare un mortaio e la voce fu graffiata da schegge. E il mio nome sparì dalla testa quando fu il grande scoppio. Lo scoppio che tutti ammazzò qui all’intorno. Tranne me che, però, non so più chi sono.
A volte mi paio uno, a volte un altro… Io sono uno, nessuno e tutti quelli saltati per aria, morti a fuoco, alla baionetta, asfissiati di gas e ghiacciati di freddo. Che tutti me li sento addosso e mi credo nei loro pensieri.
Certo, delle volte penserò di sicuro coi miei veri sentimenti, ma non so quando. Perché io mi ignoro. Sono ignoto persino a me stesso, figurati al mondo!
Ma io, il mondo, lo aspetto qui sopra, in trincea – tutto lo aspetto – che il mondo tutto è coinvolto. E questa è l’unica cosa che ricordo: che sono in guerra, una guerra enorme, mondiale addirittura e io – io che non so più chi sono, da dove vengo e chi mi ha messo al mondo; io sconosciuto anche alla sola madre che mi resta, la Madre Patria – io, per essa, la patria, giurai di morirmene, proprio come le altre 90.000 tonnellate di muscoli e ossa, morte prima di me. Io non scendo!

Appunti su Milite Ignoto
“Milite Ignoto” racconta il primo, vero momento di unità nazionale. È, infatti, nelle trincee di sangue e fango che gli “italiani” si sono conosciuti e ritrovati vicini per la prima volta: veneti e sardi, piemontesi e siciliani, pugliesi e lombardi accomunati dalla paura e dallo spaesamento per quell’evento più grande di loro. Spaesamento acuito dalla babele di dialetti che risuonavano in quelle trincee. Per questo ho immaginato tutti i dialetti italiani uniti e mescolati in una lingua d’invenzione, una lingua che si facesse carne viva. Ho provato a cucire insieme nella stessa frase quanti più dialetti potevo, cercando le parole che consentissero passaggi morbidi o fratture violente. Ne è venuta fuori una lingua nuova che ha regalato allo spettacolo un suono sconosciuto ma poggiato sulle viscere profonde del nostro paese.
Ho scelto questo titolo, Milite Ignoto, perché la prima guerra mondiale fu l’ultimo evento bellico dove il milite ebbe ancora un qualche valore anche nel suo agire solitario, mentre da quel conflitto in poi – anzi, già negli ultimi sviluppi dello stesso – il milite divenne, appunto, ignoto. E per ignoto ho voluto intendere “dimenticato”:
dimenticato in quanto essere umano che ha, appunto, un nome e un cognome. E una faccia, e una voce. Nella prima guerra mondiale, gradatamente, anche il nemico diventa ignoto, perché non ci sono più campi di battaglia per i “corpo a corpo”, dove guardare negli occhi chi sta per colpirti a morte, ma ci sono trincee dalle quali partono proiettili e bombe anonime, senza un volto da maledire prima dell’ultimo respiro. E nuvole di gas che coprono ettari di terreno e radono al suolo interi battaglioni senza un lamento. E aerei che scaricano tonnellate di esplosivo dal cielo e navi che sparano cannonate a centinaia di metri di distanza. Unosparare nel mucchio insomma, un conflitto spersonalizzato in cui gli esseri umani coinvolti sono semplici ingranaggi della macchina della storia, del meccanismo che li ingoia e li trasforma in cose.
E proprio per questo – come sempre accade nel mio lavoro – sono andato controcorrente e ho rivolto la mia attenzione verso le piccole storie, verso gli sguardi e le parole di singoli uomini che hanno vissuto e descritto quegli eventi dal loro particolarissimo punto d’osservazione, perché questo è il compito del teatro, o almeno del mio teatro: esaltare le piccole storie per gettare altra luce sulla grande storia.

8 Marzo e non solo a Barberino

Dalla parte delle donne!

giovedì 8 marzo
Catalyst Teatro Corsini, Comune di Barberino, Sezione Soci Coop, Comitato Donne, Biblioteca, Knit Cafè

ancora una volta insieme, dalla parte delle Donne per il Progetto Bread&Roses

ore 18.30
CIRCOLO ARCI Barberino

incontro con la dott.ssa Laura Sarti, psicologa e psicoterapeuta

“Che donna sei?… parliamo di noi tra sogni, passioni e utopie”

ore 20.00
CIRCOLO ARCI Barberino

Aperitivo

A cura di Casa del Popolo, Sezione Soci e Comitato Donne

ore 21.00 TEATRO CORSINI

spettacolo teatrale

PASSIONI
quello che ci piacerebbe poter fare,

Ma non ci è dato la possibilità di essere di Michele Losi con Maria Sofia Alleva e Lucia Donadio musiche dal vivo Adalberto Ferrari, Andrea Ferrari e Nadio Marenco.

INGRESSO GRATUITO

Karl Valentin e Ödön Von Horváth, Miles Davis, Duke Ellington e Fiorenzo Carpi ispirano questa drammaturgia

originale, fatta di musica, danza e parole, liberamente ispirata al kabarett berlinese, in cui due attrici ci parlano idi sé, della propria condizione di artista, della propria condizione di donne e di precarie a tempo pieno. Oggi, come allora, lottando nel presente per costruire un futuro di bellezza…

 

Una giornata dedicata alle donne, senza mimose e tante celebrazioni, ma con la voglia di raccontarsi, confrontarsi, condividere e scambiarsi Passioni e utopie. E’ il programma al centro della giornata che Barberino dedica alle Donne: alle 18.30 si comincia con un appuntamento alla Casa del Popolo organizzato dalla Sezione Soci  e Comitato Donne e che vedrà la partecipazione della Dott.ssa Laura Sarti chiamata a condurre l’incontro/confronto “Che donna sei?… parliamo di noi tra sogni, passioni e utopie”. Seguirà un Aperitivo prima di spostarsi dalla Casa del Poolo al Teatro Corsini dove alle 21 andrà in scena lo spettacolo PASSIONI di Michele Losi, ovvero “quello che ci piacerebbe poter fare, ma non ci è dato la possibilità di essere”, con Mariasofia Alleva e Lucia Donadio.
Due giovani donne si incontrano una sera a teatro. Parlando delle rispettive esistenze si scoprono simili e in attesa di una vita diversa, della Grande Occasione. Lotte, cameriera in un pub, fin da piccola sogna di danzare; Greta, insegnante in un Liceo, vorrebbe fare la cantante. Sullo sfondo gli anni bui dei totalitarismi, in un continuo rimando ad un presente che potrebbe essere anche il nostro, oggi.
Karl Valentin e Ödön Von Horváth, Miles Davis, Duke Ellington e Fiorenzo Carpi ispirano questa drammaturgia originale, fatta di musica, danza e parole, liberamente ispirata al kabarett berlinese.
Lo spettacolo è realizzato a INGRESSO LIBERO grazie al contributo del Comune di Barberino di Mugello.

Note di regia
Era da anni che a teatro volevo raccontare gli anni tra la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale.
Un’epoca densa e complessa, per lo più buia e violenta, ma colma anche di inaspettate resistenze, nell’arte
come nella scienza, nella filosofia come nella politica. La Germania, con l’Unione Sovietica e l’Italia, fu
sicuramente uno dei massimi laboratori di quelle esperienze che pochi anni più tardi Hannah Arendt definì
totalitarismi. Partiamo proprio dalla Germania di Weimar, oramai arresa al nazionalsocialismo. E raccontando
questa storia, con un’iperbole spazio temporale, parliamo di oggi. Le due attrici ci parlano infatti di sé, della
propria condizione di artista, della propria condizione di donne e di precarie a tempo pieno. Oggi, come allora,
siamo figli della più grande crisi economica della nostra Epoca. E di fronte a questi grandi mutamenti la Bestia
della guerra, del razzismo e della violenza è sempre in agguato…

Teatro dei Piccoli – SOGNO

SOGNO dal Sogno di una Notte di mezza Estate – Fontemaggiore Teatro

domenica 11 febbraio 2018 ore 16,30 al Teatro Corsini di Barberino

Il re e la regina delle fate, Oberon e Titania, litigano come al solito e portano scompiglio nella vita pacifica del bosco.
Puck e Fiordipisello, fedeli servitori dei regnanti, vivono l’incanto della scoperta dell’amore e, loro malgrado, vengono coinvolti nel litigio dei sovrani. Grazie al potere magico di un fiore fatato, la pace sta per essere ristabilita, quando l’improvviso sopraggiungere nel bosco di due coppie di esseri umani, distrae gli esseri magici dalle loro faccende.
Dopo qualche “errore” di Puck, che complica ancor più l’intricata vicenda, l’amore torna a trionfare nel cuore di tutti e l’armonia a regnare nel bosco.
La messa in scena di Sogno mette in evidenza soprattutto gli aspetti magici della commedia shakespeariana e la contraddittorietà di situazioni ed emozioni vissute dai protagonisti. Il dubbio dei personaggi, sul quale spesso ci interroghiamo tutti noi, su cosa sia reale o cosa non lo sia, è affrontato in modo leggero e divertente.
Sogno è un’occasione per far conoscere anche ai più piccoli questo classico del teatro mondiale.
La commedia del “Bardo”, facendo leva sul potere dell’immaginazione, che rende capaci di immedesimarsi senza perdersi in situazioni in cui i confini tra sogno e realtà sono sfumati, suggerisce che siamo noi e noi soltanto, a poter scegliere cosa sia reale e cosa non lo sia nell’atto di creare la nostra identità di fronte al mondo.

Miseria e Nobiltà. Il sogno farsesco di Michele Sinisi

SABATO 17 FEBBRAIO ore 21

Torna in scena Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta nella messinscena di Michele Sinisi. Un confronto con il passato e un gioco sul presente. 

Come icone depositate sui fondali della memoria collettiva (spesso una memoria d’infanzia tinta di fantasticheria oppure formata dentro le ritualità domestiche, un’evocazione degli “attori di una volta” che è già racconto), le scene riemergono, piene di colore, nel tessuto ricco e saturo – ma sempre tenuto insieme dall’equilibrio semantico e concettuale – della pièce. La produzione, targata Elsinor, riprende le maschere di Scarpetta, il tema dell’amore ostacolato e quello della intricatissima beffa, costella la commedia di riferimenti (banco dei pegni, lettere e spaghetti) ma sviluppa la farsa in una direzione inedita, ne decompone il realismo e fa muovere gli undici attori sui sottili equilibri di orbite narrative nuove.Michele Sinisi si misura con l’archetipo. Mettere in scena Miseria e Nobiltà oggi vuol dire confrontarsi con il 1888 della commedia di Eduardo Scarpetta, con gli anni Cinquanta in filodiffusione (il film di Mario Mattoli è del 1954, la versione prodotta da Eduardo De Filippo del ‘53, registrata per la televisione due anni dopo) e, soprattutto, con gli immaginari, plurimi e dispersi per l’Italia, che si sono dispiegati da lì in poi.

La scena è lo spazio dell’intersezione e Sinisi omaggia il passato raccogliendone le rifrangenze, i modi in cui la sua luce si proietta a distanza di decenni ed esplorando così il rapporto tra lo spettatore e il racconto visivo, filtrato dalla memoria. Accanto a Totò, appare e scompare Troisi, chiamato per nome a dissolvere ogni dubbio sul riconoscimento delle citazioni.
Lo stesso Sinisi entra in scena, si sdraia a osservarla e la converte così, per un attimo, in palcoscenico di prova a porte aperte. Poi si trasforma egli stesso, pronunciando la storica battuta «Vincenzo m’è padre a me!» che fu di Luca de Filippo nel suo ruolo d’esordio, nel piccolo Peppeniello.

L’allusione al sogno, la fantasia attorno al privilegio del figlio d’arte e allo scricchiolio dei suoi primi passi in un’altra epoca cambiano di segno di continuo accogliendo, in un climax estemporaneo, anche l’immagine quasi michelangiolesca di una madre e di un figlio, gruppo scultoreo dentro un rettangolo di ombra che subito si scioglie, riassorbito da un movimento che non lascia il tempo per la comprensione del simbolo.
E, effettivamente, nello svolgimento dello spettacolo il registro narrativo si libera in modo progressivo dei propri centri di gravitazione, indebolendo, nello spettatore, la tentazione di decifrare tutto: l’iniziale presenza, nelle scene di miseria, di qualche codice naturalistico – pure ibridato dall’essenzialità delle scenografie di Federico Biancalani e dalla “snapoletanizzazione” della lingua che, quasi subito, si scompagina in un frastornante fiorire dialettale – si disperde, mano a mano, con l’adozione di linguaggi scenici sempre più astratti, metonimici e destrutturati, a evocare le profondità libere del sogno.

C’è una botola luminosa che, per tutto il tempo, fa da piccolo avamposto angolare: a volte scivola sulla scena, trascinata dallo stesso Sinisi, i suoi lievi scatti metallici segnano debolmente alcuni controtempi o scandiscono, ma senza alcuna razionalità, i passaggi da un piano di realtà all’altro. Sul finale irraggia una luce tenue ed espansa che regala l’espressione dell’incanto a tutti i volti degli attori, finalmente silenziosi. Dopo i movimenti del trasformismo, i controsensi, il moltiplicarsi dei segni e le sfavillanti evocazioni visive, c’è una comunione irripetibile: la luce proviene dal basso e, nel silenzio denso, tutta la platea del Teatro Secci di Terni sembra abbandonarsi allo stesso sortilegio, innocente e senza domande, che ha conquistato gli undici sul palco.La frontiera tra miseria e nobiltà è segnata dalla srotolarsi di un telo bianco: sarà la superficie di apparizione dei colori scintillanti dei travestimenti, lo sfondo delle contorsioni ma anche lo spazio che, grazie alla sua neutralità, consentirà i rallentamenti, le incursioni nell’estetica nitida del cinematografo (Francesco M. Asselta, coautore insieme a Sinisi della riscrittura, proviene dal mondo televisivo e cinematografico), i momenti di scoperta e quasi commossa meta-teatralità.
Al rivelarsi della trama degli inganni lo spettatore è già disperso dentro la seduzione lirica e farsesca, cammina leggero sopra la tradizione, ha dimenticato quei pochi gratificanti appigli di filologia che lo hanno confortato durante il primo quarto d’ora. È allora che l’impianto scenografico si scompone: il fondale si apre a metà con la geometria esatta di un foglio tagliato, poi, nelle pieghe del suo accartocciarsi morbido, gli attori generano un movimento policentrico, che evoca temporalità più ampie, incomprensibili e romantiche.
L’espansione dei confini – linguistici, drammaturgici e di senso – è confondente ma condotta con un desiderio forte e generoso di attirare chi guarda dentro il perimetro magico della festa.

Viene in mente Giovanni Raboni quando scrive, in negativo, della possibilità di «capire che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro / in ciascuno di noi». A dispetto di ogni lodevole misura didattica, questa comprensione forse può germogliare fuori dai confini dell’ammaestramento, del realismo e della logica, sul territorio sconnesso e variopinto dove l’artista gioca con i linguaggi e con le fonti.